Testi Critici
GOFFREDO FOFI - ALESSANDRO RIVA -
MARCO MENEGUZZO
ritratti di Francesco Santosuosso
di Goffredo Fofi
(critico d'arte)
Dei vari modi che Santosuosso ha di raccontare (e raccontarsi) per immagini, colpisce l’”estremismo” delle scelte principali: il ritratto - che non è necessariamente di persona vera, che appare motivato da una sorta di desiderio e ideale di bellezza muliebre – e la costruzione geometrica, da metropolis disabitata e grandiosa, bizzarra ma fredda, altrettanto “immaginata” dei ritratti.
In mezzo c’è il groviglio delle “allegorie” e dei “teatrini”: luoghi di incontro per l’umanità conflittuale e per lo più sfasata, aggressiva, sgradevole.
L’imperturbabilità distante dei volti di donne-dee che sembrano portatrici di pensiero e di giudizio e degli edifici che non sembrano più contemplare abitanti, che vivono geometrici, labirintici di per sé, allontana così un mondo meschino di esseri comuni, per noi, certamente poco amabili.
L’abilità di Santosuosso, e la varietà dei suoi modi di “raccontare” per immagini, possono a tratti apparire condizionati dai gusti dell’epoca, da quell’impasto illustrativo di cui si pasce la società dell’immagine (per le strade della sua comunicazione “pubblica”, per le onde della sua “cultura di massa”), ma ha un modo forte che regge i suoi incastri e le sue differenze ed è quello di una visione intima e ferma, di una riflessione vissuta, di una spinta di pensiero che ci riguarda.
È dentro la comunicazione, ma per dire di più o per lasciare che, chi ti guarda, scopra un di più che sostiene e oltrepassa l’immagine.
È su questa strada che Santosuosso ha più cose da dire e si spera voglia continuare a scavare, a immaginare, pensare, mostrare.
Ferruccio Giromini
Dal catalogo “ Santosuosso” – Castelvecchi Editoria e Comunicazione
Carte Mescolate
La progettazione di un ritratto non sta solo nel mettere in ideale posa il soggetto, ma proprio nel deciderne le alternanze dei volumi, nel sottolineare gli oggetti e le rientranze: ora la cupola del cranio, ora il timpano della fronte, ora l’arco del sopracciglio, ora l’ocello dell’orbita, ora il curvo balcone d’uno zigomo, ora la sporgenza del mento, ora il possente pilastro del collo. Questo cerca Francesco Santosuosso pittore nei suoi esseri umani: “la bellezza dell’architettura”. E per questo, forse, i suoi esseri umani appaiono in qualche modo anche non-umani.
Invece la decostruzione di un’architettura non sta solo nell’evidenziare lo smembramento dell’organismo complessivo in tutte le sue componenti unitarie, ma proprio nel rivederne i rapporti interni, nel reinventarne le funzioni, a volte nel ribaltarle. E’ anche per questo che, nella sua personale costruzione del decostruttivismo, Francesco Santosuosso architetto si va a cercare le soluzioni quasi più nell’interno delle strutture che nell’esterno, a volte fin nel sottosuolo, concentrandosi volentieri su aperture che come ombelichi mettano in comunicazione le viscere degli edifici con lo spazio che li circonda. Mentre le forme, pudiche, quasi si nascondono.
Tra l’erigere e lo scavare – certo, anche dentro di sé - si muove Francesco Santosuosso creatore di forme. E che si tratti di un’operazione compunta, sacrale, demiurgica, lo testimonia il fatto che l’orizzonte è metafisico. Il farsi delle creature cresce nel vuoto. L’attenzione è concentrata solo nel fulcro dell’azione plasmatrice; il resto non importa, non esiste. In questo senso ci si allontana dall’attività di Francesco Santosuosso illustratore (un’altra delle sue facce): ossia nell’abbandono della narratività. Ossia nella scelta dell’assoluto, quasi del trascendente, a inevitabile detrimento del relativo, quasi in opposizione all’immanente.
Ma l’avventura sta nella sorpresa. Sta esattamente nel mescolare le carte; nell’incrociare idee e gesti. L’avventura nasce nella ricerca dello sguardo, nell’attenzione al molteplice che è la materia plasmabile dell’illustratore. Poi s’incanala nel metodo, anzi nell’urgenza del metodo che è indiscutibilmente dell’architetto. E infine sfocia nella crescente ampiezza del gesto, nella pennellata che è del pittore. E’ così che l’avventura continua tuttora. Con due consapevolezze, o meglio due nuovi indizi, per andare oltre. Che le scelte del fondo sono livide, ma quelle della superficie sono spesso squillanti. E che il ritratto, specialmente se “fantastico”, è sempre autoritratto.
Stirred papers
Planning out and making a portrait does not only entail placing the person in his or her ideal posture, but indeed deciding volumes intervals, highlighting projections and intentions, the vault of their skulls, the tympanum of their foreheads, the arch of their eyebrows, the circle of their orbits, the curves of their cheek-bones, the silhouette of their nose, the holes of their nostrils, the excentric spring of their ears, the way their lips are cut, the protruding of their chin, or the powerful pillar of their neck. This is what Francesco Santosuosso paints in his human beings: "the beauty of architecture". And maybe this is exactly why his human beings seem in some ways also not to be human.
Indeed, deconstructing an architecture does not only mean highlighting the splitting of a body into each single component, but rather revisiting the body's inner gifts, reinventing functions and sometime turning them upsidedown. This is also the reason why, in his personal building up of deconstructivism, Francesco Santosuosso - the architect - looks for solutions more in the inside rather than on the outside, as far deep as undergound, and likes concentrating on openings which like navels connect the viscera of the buildings with the space around them, while shapes are almost hidden.
Francesco Santosuosso, creator of shapes, works between building and digging both the ground and himself. The metaphysical horizon is the evidence of his careful, sacred and demiurgic work. Creatures take shape from the vacuum. Attention is only concentrated on the very action of giving shape, the rest does not matter and does not exist. Another of Francesco Santosuosso's many facets, that of illustrator, fades away: no more tales to tell. Indeed he has chosen the absolute, almost the transcendent to the unavoidable detriment of whatever is relative, almost apparent.
Yet, surprise is part of the adventure, like shuffling the cards, crossing the ideas and the gestures. The adventure stems from the search for a look in somebody's eyes, from the attention to the multi-faceted which is the illustrator's mouldable matter. Then, he gets between the tracks of method, indeed feeling the urge for it, which is definitely typical of the architect. Eventually, he has a growing width in his gestures: the painter's brush-stroke. And the adventure goes on with two more forms of awareness, indeed two clues, to go beyond it all: the choices of the background are vivid, yet those on the surface are often bright and in a portrait there is always something of a self-portrait.
Ferruccio Giromini
Questo libro rappresenta l’opera rigorosa di un artista inquieto e curioso. Santosuosso assiste gli sviluppi dell’arte contemporanea con una coscienza critica materialista su cui si innesta un germe umanista ed espressionista. Stereotipi e paradigmi delle avanguardie del Novecento si confrontano nei suoi ritratti e nelle sue architetture che tendono ad una “messa a punto” continua della pittura, come il tocco di un geniale carburatorista dell’arte.
Francesco Coniglio
Dal catalogo “ Santosuosso” – Castelvecchi Editoria e Comunicazione
Francesco Santosuosso
STAZIONE CENTRALE
8 marzo – 31 marzo 2001
A poco più di due anni dalla sua prima personale Francesco Santosuosso propone i suoi ultimi lavori su tela e su tavola. Liberatosi ormai definitivamente da ogni riferimento illustrativo l'artista si concentra sul tema della città, proponendo una serie di architetture consuete del panorama urbano rivisitate con stile e tecnica molto personali, accanto a ritratti e figure di una composita umanità metropolitana, ed a segni linguistici e grafici provenienti da culture e religioni diverse.
Santosuosso dipinge così i vari aspetti, urbani ed umani, della moderna metropoli, con un segno volutamente sporco e graffiante, mescolando stili e tecniche diverse a suggerire il tema della confusione etnica che rivitalizza e caratterizza la città contemporanea.
S.V.
Presentazione di Sergio Vanni al catalogo della mostra “Stazione Centrale”
Le tante visioni del mondo che si sono avvicendate nel corso del secolo appena concluso hanno fatto della città, o meglio dell'immagine della città, la sintesi delle varie modalità di rappresentare il reale, e quindi di pensarlo.
Milano è stata, per il suo ruolo industriale e culturale, protagonista di primo piano di questa iconografia urbana; obbligatorio citare Boccioni e Carrà per il primo novecento futurista, Sironi e le sue periferie urbane degli anni trenta eccetera.
Ci prova ora, si parva licet, Santosuosso con una serie di lavori che tendono a dare della città contemporanea, ancora Milano in questo caso, una lettura che tenga conto dei tanti aspetti e dei tanti stimoli che la realtà quotidiana propone, con una operazione dai molti significati.
Santosuosso va a cercare una Milano industriale, di ghisa e di ferro, fatta di vecchi ponti sui navigli, di fontane, di ferrovie, di tram, di cavalcavia, di tralicci. La riproposta di materiali così datati potrebbe condurre ad una visione nostalgica che Santosuosso azzera in primo luogo attraverso uno stile "sporco", antiretorico ed anticlassico nell'uso sapiente di prospettive distorte ed inquadrature sghembe, ed in seguito mescolando l'immagine tradizionale, consueta e turistica ( la chiesa di S. Ambrogio, il ponte della Ghisolfa, il cavalcavia di Lambrate ) con elementi di cultura etnica, lettere arabe, volti di extracomunitari, segni cabalistici ed esoterici approdati da culture lontane ma ormai sempre più presenti ed intrecciati al nostro quotidiano panorama urbano ed umano.
La città si trasforma, è un corpo biologico che mantiene la sua anima antica di cemento e di ghisa arricchendola di suoni diversi, di colori diversi, di preghiere diverse, di volti nuovi che la fanno diventare più strana e più bella.
L'apparente dualismo della pittura di Santosuosso, l'attenzione da una parte alle architetture a dall'altra ai volti, ai ritratti, si ricompone nell'idea che esistono i luoghi che rimangono immutati per molti anni, e che esiste un'umanità che questi luoghi abita, che muta molto più in fretta; così gli accostamenti a prima vista spiazzanti, trovano nella semplice osservazione del reale la loro elementare spiegazione.
I lavori di questo giovane artista colgono la mutazione biologica, e si attestano dunque come esatto termometro di questo divenire.
Il titolo della mostra, Stazione Centrale, prende le mosse da una grande tela, quattro metri di lunghezza, appunto della stazione centrale di Milano, luogo significante per eccellenza degli arrivi, delle partenze, da sempre capolinea degli inurbati, luogo di incontro e di intreccio di tante vite, di tante esperienze, spazio simbolico e reale ad un tempo.
Accanto alla Stazione Centrale un'altra opera-simbolo: la Torre di Babele che Santosuosso dipinge alternando e sovrapponendo stili e tecniche diverse, per realizzare in pittura la confusione dei linguaggi che l'antica torre biblica rappresenta.
La confusione dei linguaggi, la confusione delle tecniche, sono l' emblema di quella confusione che la città oggi è, facendo attenzione all'uso etimologico del termine confusione e non all'uso vagamente dispregiativo che spesso adottiamo.
Questi sono i significati storici, etici, sociali della pittura di Santosuosso che testimoniano una sua lettura attenta e moderna del mondo; ma tutto questo avrebbe poco senso se non si traducesse in valori pittorici, se il suo pensare il mondo non diventasse linguaggio.
Per raccontare la sua realtà l'artista usa immagini graffiate, dense di colori forti, alternando gesto pittorico e segno grafico, adottando qualsiasi supporto, dalla tavola di legno al ritaglio di giornale alla carta al metallo, mescolando e sovrapponendo, per arrivare infine a superare tutti gli aspetti antropologici che pure sono presenti nei suoi lavori ed a farli vivere alla fine soltanto come buona pittura.
Due note su Santo
Uno degli aspetti più belli del lavoro di Santo è la forza evocativa e la spudoratezza di esibire la propria perversione e deviazione.
Certo, negli anni il suo lavoro ha acquistato maturità, mistero, ma quello che più mi colpisce è la generosità con la quale si prodiga nella realizzazione di ogni singolo quadro: non sono lavori tirati via, bensì studiati con la meticolosità di un orologiaio.
Mi sono sempre chiesto se la vita privata di un artista vada correlata con la sua opera: ebbene, nel caso di Santo è tutt’uno e servirebbe una sua biografia dettagliata abbinata alla sua produzione, e così tutto acquisterebbe più senso.
Non ho mai avuto dubbi sul suo successo d’artista, anche perché prima del gesto, dell’operato, c’è il pensiero, e Santo è una sorta di scienziato della psiche umana, capace di leggere nei comportamenti e nella fisionomica il carattere e la diagnosi dell’individuo.
Se non avesse fatto il pittore, sicuramente avrebbe avuto riscontro in ambienti umanistici.
Insomma, per essere un artista completo bisogna sì avere talento e un filo diretto con quella parte del cervello da cui sgorga l’idea, ma quello che conta è l’essere tenutario di quel sapere che va oltre la cultura, la conoscenza: possedere la vitalità del dono.
Robert Gligorov
marzo 2001
I volti e le architetture di Francesco Santosuosso
Personale di pittura: Galleria Contrasti, Trani, agosto 2001
di Sergio Vanni
L’apparente dualismo della pittura di Francesco Santosuosso, l’attenzione da una parte alle architetture e dall’altra ai volti, si ricompone nell’idea che esistono i luoghi che rimangono immutati per molti anni e che esiste un’umanità che questi luoghi abita, che muta molto più in fretta. Così gli accostamenti, a prima vista spiazzanti, trovano nella semplice osservazione del reale, la loro elementare spiegazione.
I lavori di questo giovane artista colgono la mutazione biologica e si attestano dunque come esatto termometro di questo divenire.
Per raccontare la sua realtà, l’artista usa immagini graffiate, dense di colori forti, alternando gesto pittorico e segno grafico, adottando qualsiasi supporto, dalla tavola di legno al ritaglio di giornale, alla carta, al metallo, mescolando e sovrapponendo, per arrivare infine a superare tutti gli aspetti antropologici che pure sono presenti nei suoi lavori ed a farli vivere alla fine soltanto come buona pittura.
Fino ad oggi quest’anima si coglieva nei paesaggi urbani che erano diventati una vera e propria cifra stilistica, paesaggi periferici, contrappuntati da gru, cantieri, case di ringhiera, ponti di ferro; a queste immagini antituristiche e antiretoriche Santosuosso mescola, col l’uso del collage, brandelli di giornali cinesi o arabi, a significare l’aspetto multietnico della città contemporanea.
Questo artista così spiccatamente metropolitano si inventa un nuovo percorso, torna alla terra aperta, al mare, ai paesaggi di un Sud che il suo cognome denuncia come terra di origine, e propone ad una giovane galleria di una delle più belle città del meridione l’esposizione dei nuovi lavori.
Così nascono i paesaggi inondati di luce, le cattedrali, le visioni dei porti, le onde, le darsene, i moli, e come nei paesaggi urbani, torna la componente architettonica, lo studio preciso di una struttura applicata prima ad un edificio, ora ad uno spazio agreste o marino; come rimane l’altro segno stilistico forte di Santosuosso, la sua pittura “sporca”, gestuale che toglie il soggetto dal nitore calligrafico e lo reinterpreta attraverso uno stile personale.
Rimangono in queste tele ed in queste carte, i brandelli di giornale, le scritte etniche che, se significavano la confusione linguistica negli spazi metropolitani, qui assumono un significato diverso: il senso della memoria, della storia.
Non era forse Trani il porto da dove partivano le navi crociate per l’Oriente? Non sono state queste terre percorse da arabi, levantini, turchi? Non è stato il Sud luogo d’incontro tra cultura occidentale e cultura araba fin dall’alto Medio Evo?
Nei lavori di Santosuosso questi alfabeti ritornano, alcuni particolari degli stili architettonici arabeggianti si evidenziano, e ci fanno capire che le culture, oggi come ieri, per fortuna si mescolano.
Questi sono i significati storici, etici, sociali della pittura di Santosuosso che testimoniano una sua lettura attenta e moderna del mondo.
Ma tutto questo avrebbe poco senso se non si traducesse in valori pittorici, se il suo pensare il mondo non diventasse linguaggio.
Goffredo Fofi, 1998
Dal catalogo “ Santosuosso” – Castelvecchi Editoria e Comunicazione
Santosuosso is striking in his several ways to depict images and himself through them because of his "extremism" in his main choices: the portrait which is not necessarily that of a real human being and which appears to be motivated by a kind of ideal desire of feminine beauty as well as a geometric layout as if it were a grand and deserted metropolis, bizarre and yet cold, as much imagined as the portraits are. In between comes the tangle of his "allegorical representations" as well as "acting stages": the meeting points of a mankind in conflict, bewildered, agressive and unpleasant.
The distant and undisturbed features of his women's faces, like Goddesses haralding thoughts and wisdom as well as the stillness of his buildings which no longer seem to be made to host people and yet through their geometrical lives and inherent chaos are indeed like mazes, make us look from a distance at a miserable world of common beings which is for us all indeed to be disliked. Santosuosso's talent and the variety of his "telling" through images may sometime appear to be influenced by the tastes of the time, by the illustration mix cherished by the "media society" through the avenues of its "public" communication and through the waves of its "culture of the masses". Yet, there is a strong core supporting both his similarities and differences: an intimate and firm vision of a well thought out idea and of a thrust of thought which affects us all.
His talent is inherent with communication; yet, this is purposedly done to say more, or let the people looking at his works realize that there is something more supporting and going beyond the image. This is by far Santosuosso's most fruitful path, and the hope is that he may be willing to continue to dig in, imagine, think and show.
Goffredo Fofi
La Milano (s)perduta di Francesco Santosuosso
di Alessandro Riva
Che la pittura di paesaggio ¬ e quella incentrata su quel bizzarro crogiuolo di contraddizioni e luoghi comuni, di esperimenti-pilota dello sviluppo ipercapitalistico e allo stesso tempo di lampanti ed estreme metafore del più generale processo di sparizione del luogo così come tradizionalmente eravamo abituati a considerarlo, che è diventato oggi il paesaggio urbano ¬,
che questo genere di pittura, dicevo, sia oggi inaspettatamente risorto dalle sue ceneri, come un’araba fenice in grado di rigenerarsi nel momento in cui veniva data più che mai per morta e defunta, è un dato di fatto dal quale è oggi difficile prescindere.
In Italia, in particolare, è sorta in quest’ultimo decennio una vera e propria scuola, una scuola più o meno priva
di maestri ed allievi e punti di riferimento codificati se non quelli delle naturali convergenze tra il lavoro di un artista con quello degli altri della sua generazione, che ha portato decine di artisti ad affrontare, in chiave soprattutto pittorica, la storia e l’identità dei luoghi che li hanno visti crescere o che li hanno formati.
In questo quadro, la riflessione sul paesaggio urbano è diventata una delle punte di diamante di questa ritrovata
capacità di autoanalisi, da parte degli artisti, del proprio vissuto sociale e culturale: perché è proprio in questi strani e folli luna park in cui siamo ormai abituati a vivere, che contengono in sé il fantasma di ciò che oggi non esiste più (la città moderna di baudleraiana memoria, quella città nella quale era possibile vedere, dal davanzale della propria finestra, confondersi nel paesaggio urbano i campanili delle chiese e le ciminiere delle fabbriche, nella coesistenza dei quali Jean Starobinski vedeva il senso stesso della modernità; quella città utopistica, fatta di slanci verso il progresso e di spinte verticali, formata dalle mille
spirali di forze architettoniche di cui parlava giustamente Boccioni, il pittore della città che sale e della strada che entra nella casa, sulla quale sono cresciuti i grandi monumenti del moderno, le babeliche Stazioni centrali e i tanti grattacieli Pirelli o le Torri Velasche del secolo appena trascorso), è in questi luna park che contengono in sé, dicevo, il fantasma di quel sogno utopistico e la memoria della sua perdita, in breve la fatale
consapevolezza della sparizione di ogni possibilità di ricomposizione di un’identità, qualsiasi essa sia: dunque la certezza di non poter più rappresentare neppure, volendolo, la straziante bellezza del caos¬ quella che ha fatto grande la letteratura americana di questo secolo, da Dos Passos
a Paul Auster e giù giù fino a Mc Inerney e Bret Easton Ellis¬, di non poter più simboleggiare insomma, come un tempo avveniva, attraverso un monumento, un quadro o un romanzo, l’anima stessa della contemporaneità; è in questi luoghi, o miscuglio di luogo e nonluogo, secondo la felice quanto
abusata definizione di Marc Augé, che meglio che mai, oggi, si condensa ancora, e nonostante tutto, il simbolo del nostro esistere incerto e imbarazzato, la metafora piena e quanto mai indovinata della nostra stessa perdità d’identità e di baricentro, qualsiasi essi fossero un tempo.
In questo contesto, il lavoro di Francesco Santosuosso segue, da anni, in una sua maniera insieme stranamente appartata e fragorosa per la singolarità dei modelli tecnici e dei riferimenti, adottati, un suo percorso coerente e del tutto originale rispetto al lavoro dei suoi molti coetanei che sulla città - e su Milano in particolare - hanno lavorato e tutt’ora lavorano.
Lo sguardo di Santosuosso è puntato infatti su Milano, ma non è la Milano dei Fabbriconi di testoriana memoria, quell’odiata e amata città che il poeta e narratore del Ponte della Ghisolfa ha cantato magistralmente a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, non quella dei palazzoni degli anni Quaranta
della prima o della seconda cerchia dei Navigli, ma una Milano ruvida, sporca, affastellata di segni e di scritte (anche arabe o cinesi, certo, ma senza la retorica da melting pot buonista oggi molto in voga: semplicemente perché così è, e basta andare in giro per strada o in una qualsiasi scuola media, di mezza periferia o di mezzo centro, per vederlo), di graffi e di correzioni, di naturale sporcizia e di altrettanto naturale
confusione; una Milano che non ha punti focali, ma ha punte, slanci, guglie improvvise che si possono via via identificare con un grattacielo (il Pirelli) o un’antenna gigante, con una torre di piastrelle o una torre di babele, ma che rimane comunque una Milano che non ha monumenti da offrire al
mondo, non ha un’immagine da dare all’esterno se non quella della propri ormai incerta identità, fatta di un coacervo di elementi a se stanti, di particolari e dettagli, di case sparse nell’incerto magma urbano e di isolati che hanno perso il rapporto con il resto del quartiere in cui sono cresciuti, di un caotico affastellamento, anche dal punto di vista stilistico e tecnico, di carta e stracci, di graffi e colori, di segni e
collages, di muri veri e di materali già vecchi e scadenti, di storiche officine o fabbricotte e di nuovi mercatoni costruiti in stile brianzol-californiano; una Milano che è centro e periferia insieme, che non rappresenta più, né può più rappresentare, la città moderna che, per dirla ancora con le parole di Marc Augé, accumula e concilia, quella che cerca,seppure attraverso il folle miscuglio dei generi, un tentativo di ricomposizione, quanto piuttosto la città del contemporaneo che ha perso
ogni speranza di unità stilistica e compositiva, la città che ha
inevitabilmente rinunciato a raccontare e sedurre ( e non c’è infatti racconto né ammiccamento nei folli e volutamente caotici quadri di Santosuosso), la città-periferia in cui convivono gli osceni corpi di qualche improbabile e neonato palazzone del terziario e lo spettro di un improvvisato campo-nomadi, la sagoma d’un centro d’accoglienza e il motel di
lusso, e poi i quartieri-bunker e le vecchie cascine abbandonate, i giganteschi agglomerati commerciali e gli avveniristici templi del
divertimento troneggianti in mezzo alla campagna: tutte quante icone, in fondo, di un’utopia fatalmente sfuggita di mano anche ai suoi più limpidi e sfegatati teorici.
Quella di Santosuosso è una città, una Milano, che non è
né centro né periferia, perché il centro si è dissolto in un castello di carte malriverniciate e rimesse a nuovo per le signore-bene che vi abitano e condito di luci al neon per i giovinastri che vi piovono a frotte il sabato pomeriggio, e anche la periferia, ormai, ha perso la sua specificità, il suo
baricentro, è diventata un territorio opaco, uno spazio neutro, uno tra i tanti nonluoghi di cui è costellata la surmodernità, perfetta metafora del nostro spaesamento, della nostra condizione di uomini che hanno perso i confini, che hanno confuso e ruoli e significati del proprio stare nel mondo, che si guardano con aria bollita nei metrò e per la strada e non
riconoscono che strane maschere esotiche, volti bizzarri di cui non sanno leggere né la storia né l’identità - e che pure forse, qualche volta, vi riconoscono ancora un barlume d’umanità, là sotto a quei piercing, sotto a quella patina da moderno guerriero africano, dietro quella strana divisa e quei simboli di cui nessuno sa più tradurre il significato o la lingua.
Francesco Santosuosso
Alice Moretti 2002 PERSONALE VIENNA
Una vena, a un tempo ironica e impegnata, e una controllata programmazione architettonica sono alla basa di questa mostra. Considerando che l’artista non conosce la Vienna”vera” e quindi la dipinge ispirandosi all’iconografia studiata sui libri d’arte, bisogna riconoscergli una rara fiducia nelle sue capacità: Santosuosso crede in ciò che fa, cattura la visione della città, la divora e la rende inquietante ed astratta.
Nei grandi dipinti architettonici resi quasi sensuali da pennellate dense con paste rosse, oro liquido e astratti grigi fumosi e gialli solari, si affaccia la trama della città di Vienna. In questo scenario, il paesaggio urbano è riconoscibile e stralunato allo stesso tempo, diventando una sorta di koiné rappresentativa dove il pater, St. Stephan, la Gloriette e i caffè viennesi si mescolano ai panorami cittadini e periferici di tutte le città del mondo.
La personalità di questo artista – architetto viene rivelata dal dualismo che si esplica nella costruzione del disegno tecnicamente perfetto spesso completamente celato da strati di pittura stesa a spesse spatolate.
Particolarmente singolare è il suo “tema di architetture industriali”, che egli riesce a declinare con molta originalità, creando un miracoloso equilibrio fra la ricerca di nuove strade espressive e la razionalità del sapere architettonico.
L’artista continua a svolgere un’analisi su spazi, tempi, luoghi esistenziali intesi come segni di una inesauribilità del reale.
I dipinti di Santosuosso non sono mai disgiunti da valenze concettuali, e quindi il suo messaggio non è mai esclusivamente visivo, ma risulta ricco di qualità narrativa e allusiva. Quindi il fruitore avrà non solo un quadro artisticamente attraente ma un’opera d’arte densa di significati.
Francesco Santosuosso
Gerlinde Schmidt FRANCOFORTE 2003
Städte sind geballte Räume, dicht, vorläufig und schnelllebig, Überschneidungsorte vieler Wirklichkeiten.
Francesco Santosuosso malt Städte. Sie sind ihm, dem gelernten Architekten, zuallererst gebaute Wirklichkeit.
Sein geschultes Auge kann Gebäude „lesen“ und mit den Mitteln der Perspektive abbilden. Santosuosso hat Milano, seine Heimatstadt, portraitiert: die Stazione Centrale, die Chiesa Sant’ Ambrogio, Hochhäuser, Industrieanlagen.
Er bevorzugt die Vogelperspektive, schaut von oben, aus einer Entfernung, die es ermöglicht, ganze Komplexe zu erfassen.
Er hat Wien gemalt, ohne es besucht zu haben: den Stefansdom inmitten eines Häusermeeres, das Belvedere, ein Gasometer, die Donau. Frankfurt kennt der Maler von einem Video und von Fotos. Er nähert sich aus der Luft, wie ein Tourist, der einen Rundflug gebucht hat.
Man erkennt die Skyline, Frankfurts Markenzeichen schlechthin, die steil aufragenden Hochhäuser, die am Boden klebenden Gleishallen des Hauptbahnhofs, den Dom, den Main mit seinen Brücken. Deutliches ist von Undeutlichem umgeben.
Der Blick muss vieles ausblenden, um Einzelnes zu erinnern. Stumpfe Farbflächen und gestische Pinselspuren arbeiten der Tiefe des Raumes entgegen. Die Malerei ist verwaschen, roh, ungenau, manche Farben tun sich gegenseitig weh.
Auf eingeklebten Papieren sind fremdländische Schriftzeichen zu sehen. Santuossos Städtebilder sind frei von Nostalgie.
Er gibt auch dem Historischen ein zeitgenössisches Gesicht, bricht das Vertraute am Fremden, schafft daraus ein Ganzes, dessen Schönheit die rauhe Unwirtlichkeit der Städte nicht leugnet, sondern miteinschließt.
21 OTTOBRE - 13 NOVEMBRE 2004
Personale di pittura di Francesco Santosuosso
LE PROVINCE E L’ IMPERO
di Sergio Vanni
Titolo inconsueto per una mostra coraggiosa che nasce dalla ribellione alla situazione di un linguaggio dell’ arte che racconta prevalentemente se stesso e l’ ossessione della quotidianità.
Santosuosso aggiunge alla ricerca formale e strutturale relativa alle architetture urbane un significato storico e ideale oggi necessario per raccontare il mondo, svegliando l’ artista dal sonno narcisistico e richiamandolo allo scontro tra civiltà e barbarie.
Dalla presentazione in catalogo di Marco Meneguzzo:
GUARDO IL TUO CUORE, CITTA’ 2004
Alberto Savinio, da geniale scrittore qual era, riusciva ad ascoltare il cuore della città. Francesco Santosuosso, da vero pittore ( e architetto) qual è, riesce a vedere il cuore della città. Entrambi, poi, da artisti, riescono a restituire a chi guarda quelle loro sensazioni e intuizioni, nate dalla convinzione che la città sia un grande organismo vivente, anche e soprattutto nei suoi muri, nelle finestre, negli oggetti e nelle architetture.
Ecco allora, per Santosuosso, un titolo parafrasato da Savinio – che in “Ascolto il tuo cuore, città” parla di una vita segreta delle cose -, trasposto su scala urbana e nel linguaggio della pittura, in una sorta di “paesaggio ritrovato” che, col superamento nel pianeta della popolazione urbana su quella rurale, vede appunto il “suo” e il nostro paesaggio più tra i segni dell’uomo che tra le creazioni della natura. La città vive, dunque (prima banalità...) e ogni città ha un proprio carattere (seconda banalità...): non si deve aver paura del luogo comune, quando è vero...semmai, il problema è superare lo stereotipo indotto dal luogo comune per ascoltare e vedere il “cuore” di queste città, sapendo usare sapientemente degli ingredienti retorici della pittura “di genere” – e il paesaggio è il primo tra i generi della pittura -, con l’aggiunta di una buona dose di passione personale, che in questo ultimo ciclo di lavori di Santosuosso si potrebbe addirittura definire “civile”.
Basta infatti scorrere i luoghi dipinti da Santosuosso per costruire una geografia delle “top ten” da telegiornale: Bagdad, Mosca, New York, Roma, Gerusalemme...la sfida, per un pittore, è grande: ha di fronte migliaia e migliaia di immagini di queste stesse città trasmesse ininterrottamente in tutti i notiziari del mondo, ma ha anche un grande vantaggio, che è quello per cui la pittura insegue la “verità”, che più di una volta è qualcosa di diverso dalla “realtà”. Così, la Bagdad che scorre dietro gli inviati speciali – quella specie di rondò viabilistico, che potrebbe essere ovunque, se la scena non cambiasse ogni tanto, inquadrando da lontano, molto lontano, la cupola azzurra di una moschea... – o anche la Bagdad sotto i bombardamenti, nella luce verdina degli infrarossi, è meno Bagdad di quella veduta dipinta da Santosuosso – che a Bagdad non è mai stato... -, dove bagliori e fuochi si accendono, e diventano qualcosa di diverso, di metaforico, di simbolico e quindi di più “vero” delle immagini trasmesse in diretta dalla televisione (è ovvio che qui si parla sempre di rapporto tra le immagini, perché ben diverso è il senso della verità e della realtà di chi ci stava davvero, accanto all’autobomba...). Allo stesso modo, quando l’artista, dipingendo Gerusalemme (dove invece è stato, ma non ha soverchia importanza...) letteralmente “avvicina” sulla tela, in quella sua tipica veduta a volo d’uccello, e in modo che è dichiaratamente artificioso ma non esagerato, la Grande Moschea, il Muro del Pianto e la chiesa del Santo Sepolcro, ci racconta visivamente dell’incontro/scontro tra religioni molto di più di quanto non facciano le solite (sic) inquadrature dei soldati e dei carri armati da una parte, dei ragazzini che lanciano le pietre dall’altro...
La querelle sul paesaggio reale e su quello ideale – se sia quest’ultimo o l’altro a prevalere, in pittura, o, addirittura, se il paesaggio in arte sia sempre “ideale”...- non è cosa nuova, visto che la questione si era posta già nel tardo Cinquecento, ma oggi a questo problema di rappresentazione si è aggiunto un dato di complicazione non indifferente. Se, infatti, allora gli elementi di questa equazione erano due, e cioè la realtà e la pittura, oggi sono diventati almeno tre, considerando il fatto che quei paesaggi dipinti – da Santosuosso così come da tutti coloro che si impegnano nella rappresentazione di paesaggi - sono sempre filtrati dal altre immagini. In altre parole, noi conosciamo ormai tutti i paesaggi del pianeta (e a maggior ragione quelli investiti da qualche fatto politico o di cronaca) grazie al bombardamento di immagini dei media; in altre parole, noi vediamo Bagdad attraverso gli occhi della televisione, attraverso le visioni che quella ci fornisce, e che diventano a un tempo lo stereotipo dell’immagine di quella città e il filtro tra la realtà e l’eventuale nostro sguardo che ne volesse cogliere l’anima o, come si è titolato, “guardare il cuore” attraverso la pittura. Il “passaggio” del paesaggio da realtà a sguardo si è dunque arricchito e complicato di quel formidabile elemento che è lo stereotipo mediatico, che si frappone tra reinterpretazione e realtà, divenendo il referente primo, ultimo e persino ultimativo di ogni futura rappresentazione di quella realtà. Santosuosso risponde a questa sfida con una strategia mobile, a volte assecondando quello stereotipo, a volte stravolgendolo, sempre riuscendo a fornire, in questi ritratti di città, una visione diversa: ora utilizza il metodo antico di accentuare la grandezza di un edificio – la basilica di San Pietro, ad esempio - o la visibilità di un elemento cardine dell’urbanistica – un fiume, un’autostrada -, ora enfatizza un fatto per cui quel luogo è noto, e trasmesso al mondo, come la parata militare sulla Piazza Rossa a Mosca. Su tutti i luoghi, elemento comune della sua pittura, e quindi indicazione “morale” di una sensazione e di un sentimento, aleggia un senso di tragedia cosmica suggerito dall’atmosfera di tregenda meteorologica. Sui cieli delle sue città difficilmente splende il sole, e le nubi cupe, gravide di qualcosa di più della pioggia - una pioggia nera? -, diffondono sugli edifici luci pesanti, creano ombre più vive e più solide degli edifici di cui sono il fantasma, e tutto assume il colore e la consistenza di un organo pulsante, irrorato di sangue, che è messo a nudo in questa strana operazione chirurgica, guidata dall’artista, di “guardare il cuore” delle cose. Le città dipinte da Santosuosso sono, per così dire, “sotto i ferri”, per cui esiste il rischio evidente del collasso, della catastrofe, con cui la città come idea e come immagine sta convivendo da tanto, tanto tempo... dai tempi della “Veduta di Toledo” de El Greco o, se si vuole, dalle immagini di Gotham City nel “Batman” di Tim Burton.
RIA
15 OTTOBRE 2005
In occasione della giornata del contemporaneo promossa da AMACI Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani.
Santosuosso conclude la trilogia che lo ha visto indagare le strutture architettoniche partendo dagli edifici milanesi per allargarsi ad una visione sulle diverse città dell’ Europa e del mondo, aggiungendo ad una pittura di pura indagine strutturale e cromatica una lettura sempre più sociologica e politica del mondo urbano, attraversato da incroci razziali e coabitazioni linguistiche.
La crescita ideologica del lavoro di Santosuosso si accompagna ad una evoluzione linguistica, con uno stile che si è liberato da certi preziosismi calligrafici per accentuare l’ incisività del segno e la grumosità espressiva del colore.
S.V.
ANTIGRAZIOSO 1985
PROPOSTA GIOVANI 5 DELLA GALLERIA 9 COLONNE
AGGRESSIVITà DEI TEMI TRATTATI,DUREZZA DI ESPRESSIONE FORMALE E VIOLENZA INTERPRETATIVA SONO VALORI COMUNI A TUTTE LE OPERE PRESENTATE,CHE PUR CONSERVANO SEMPRE IN Sé CARATTERE DI UNICITA’ E SPICCATA PERSONALITà DEI LORO AUTORI.
Riccardo Aichner
Patrizia Gandini
Paola Pezzi
Pamela Vercelli
Francesco Santosuosso : vive a Milano ,racconta in 4 quadri ,creati con aspra e inquietante espressività,l’eterna avventura umana in una drammatica ambientazione fantascientifica.
ROSABIANCA MASCETTI
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